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GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO, TESTIMONIANZA DI ANDREA

DOTT. CESARE GUERRESCHI://GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO, TESTIMONIANZA DI ANDREA

GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO, TESTIMONIANZA DI ANDREA

DOTT. CESARE GUERRESCHI

Prima edizione 2016
© Cesare Guerreschi
ISBN 978-88-909468-5-1

Tratto dal libro: TESTIMONIANZE

“Quando la costanza della ragione vince sul demone”

TESTIMONIANZE GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO

La dipendenza da gioco d’azzardo cresce, si sviluppa e intacca ogni aspetto della persona colpita, portandola progressivamente sia a perdere ingenti somme di denaro, sia a lasciare in disparte la propria persona, gli affetti, il lavoro e tutto ciò che le sta attorno, voltando così le spalle alla vita stessa.

Il dolore che si prova è una drammatica combinazione tra sensi di colpa e un senso di frustrazione per non riuscire a controllare il “mostro” che divora e rende vana ogni speranza e sforzo di risalita.

Qui seguono quindici storie di vita vissuta, quindici storie di persone cadute in un baratro senza fine dove la dipendenza li ha spinti fino a perdere tutto. Racconti di persone che hanno avuto la forza di rialzarsi, il coraggio di vedere oltre il buio e di affrontare il loro dolore giorno dopo giorno fino a sconfiggerlo.

PRIMA STORIA:

Testimonianza di Andrea:
Andrea, 45 anni, ha rilasciato questa intervista immediatamente dopo essere entrato in trattamento presso il centro di recupero per giocatori patologici di Bolzano. Ecco come la racconta:

“La prima volta che entrai in un casinò è stato circa dieci, dodici anni fa. Ero con mia moglie ed alcuni amici. Ci andammo più che altro per curiosità, perché rappresentava una novità. E per vincere. Il casinò mi piacque fin da subito, ma non rimasi “agganciato” sin dalla prima volta, anche se, in tutta onestà, devo dire che non ci volle molto. Dopo esserci tornato alcune volte assieme ad amici, iniziai a poco a poco a frequentarlo da solo. Non ricordo esattamente la prima volta in cui misi piede da solo in un casinò. So solo che vi entrai per vincere. Non m’interessava l’emozione che il gioco poteva procurarmi. Io volevo solo i soldi e da questo punto di vista, non è cambiato nulla tra la prima e l’ultima volta che vi sono entrato. Sì ho anche vinto, ma sono state vittorie effimere, di breve durata, perché nelle due o tre volte successive me le sono giocate tutte. Una volta riuscii ad ottenere una vittoria davvero consistente, sessanta milioni. Il mio primo pensiero, in quell’occasione, fu “Speriamo di vincere ancora!”. Certo ero contento di aver vinto, ma non ricordo di aver provato un’eccitazione particolare o uno stato di euforia: in fin dei conti, ne avevo già persi talmente tanti, che in quel modo avevo solo recuperato parte delle mie perdite. Oggi, col senno di poi, posso affermare che il gioco d’azzardo rappresentava già allora un problema per me, mi aveva già “preso”. La mia fortuna era che avevo ancora buona disponibilità economica, avevo soldi a sufficienza per permettermi di giocare tanto. Ma col tempo, ho iniziato a perdere, a perdere veramente tanto e sentivo la rabbia che mi saliva, una rabbia dovuta al fatto che non riuscivo a vincere. Io giocavo alla roulette e, ad un certo punto, iniziai a giocare per rifarmi. La speranza di rifarmi era fortissima, anche quando perdevo. Ad un certo punto, uscendo dal casinò, dopo che avevo naturalmente perso, iniziai a promettere a me stesso: “Basta! Adesso smetto, non ci vado più, non voglio metterci più piede!”. Ma immancabilmente, il giorno seguente ero di nuovo lì, convinto che mi sarei rifatto. C’era evidentemente qualcosa che non funzionava, anche se non so spiegare cosa. Con la stessa convinzione con la quale mi dicevo alla sera che non ci sarei mai più tornato, il giorno seguente mi dicevo che avrei vinto tutto. Era incredibile: mai una volta che andando al casinò dicessi che era l’ultima. Quello era un ragionamento riservato solo al momento in cui tornavo a casa. Quando perdevo, attribuivo la colpa a questo, a quello, ma sapevo che non c’era una colpa. Si sa che i casinò sono lì per fare soldi e, ragionando razionalmente, si sa anche che è difficile vincere. Ecco, diciamo che la colpa era della sfortuna. È ovvio che quando vincevo, il merito era solo della fortuna: io non mi attribuivo abilità particolari quando vincevo, così come non davo la colpa, come invece molti fanno, agli impiegati o al croupier quando perdevo. In famiglia, intanto, c’erano problemi grossi ed evidenti. Inutile negarlo, il gioco ha sempre dato problemi di convivenza in famiglia. Capitava che io partissi senza preavviso per andare a giocare e questo provocava reazioni anche abbastanza forti da parte dei miei familiari. C’erano poi problemi riflessi anche sulle mie figlie, che pur non essendo mai intervenute direttamente nelle mie faccende, hanno senz’altro subito delle conseguenze negative. Io mi giustificavo dicendo che, in fondo, i soldi li guadagnavo io in famiglia e che comunque non mancava niente. Fino al giorno in cui mi sono trovato senza i soldi per pagare le tasse e ho deciso che era ora di metterci un freno, di dire basta. Di bugie ne avevo raccontate tante, anche se poi sono tutte venute a galla. Ad esempio, dicevo che andavo in ufficio, mentre invece riuscivo ad andare al casinò e ritornare per tempo, dicevo che andavo al bar o a trovare degli amici, e invece andavo al casinò. Diciamo che io vedevo il gioco come un divertimento, nel quale avevo la possibilità di vincere. Il problema economico si è evidenziato solo recentemente, quando ho esaurito le risorse. Allora ho chiesto aiuto a mia moglie, le ho spiegato l’intera situazione, le ho detto che ero disperato, che non sapevo come fare, di aiutarmi. Devo dire che la sua risposta è stata abbastanza sorprendente. Mi disse: “Io non ho gli strumenti per aiutarti, bisognerà andare da qualcuno che lo possa fare veramente”. La sua risposta mi aveva un po’ deluso, perché io pensavo che fosse lei la persona più adatta ad aiutarmi, mi aspettavo un aiuto anche morale, affettivo e poi trovare assieme la soluzione ai problemi economici, magari vendendo qualcosa. Comunque, lei mi disse che ce l’avremmo fatta lo stesso, che avremmo tentato ancora, che dovevamo cercare di farcela. Fu allora che presi la decisione di affidarle le mie carte di credito ed il bancomat: in mano mia sarebbero stati deleteri. Per fortuna ha funzionato. Ha fatto tutto lei. È stata lei che è venuta a conoscenza dell’esistenza di questo centro, è stata lei che ha preso contatto e sempre lei ha organizzato la trasferta fin qua. Forse, io non sentivo tanto l’esigenza di contattare un centro del genere. Secondo me, la decisione importante l’ho fatta prima di venire qua, affidandole il bancomat e le carte di credito: quella è stata la mossa vincente, senz’altro, ma l’avevo messa in atto già prima di venire qua. Certo, il centro può anche essere utile, però io non è che abbia molta fiducia negli altri, o meglio, penso che l’aiuto maggiore possa derivarmi da mia moglie e dai farmaci per tirarmi su. Io ero già convinto che questa fosse una malattia, un vizio, sì, vizio, malattia, è lo stesso. Io la vedevo così. Era un aspetto negativo della mia vita, ma ero impossibilitato a rinunciarvi, mancava la forza di volontà per dire “basta”. Questa è la seconda volta che vengo a Bolzano, e sono passate due settimane dalla prima. Io spero di farcela. Per il momento, è ancora tutto in mano a mia moglie, però spero, col tempo, di avere la forza di volontà sufficiente per dire: “Non gioco”. Lo spero, perché secondo me è una questione di forza di volontà. Il gioco mi ha dato solo guai. Non mi ha dato niente di positivo, neanche il divertimento, perché era più la rabbia per aver perso che altro. No, non mi ha dato niente di particolare. Invece, il gioco mi ha tolto parecchio. Tanti soldi. Di tranquillità familiare non è che ce ne sia mai stata molta, ma è soprattutto sulle figlie che ha avuto una ripercussione negativa. Non saprei cose dire. L’ho praticato e, sì, mi ha procurato delle situazioni negative, però non posso ancora dire che lo odio, ma neppure che lo amo. Il gioco è qualcosa di più forte di te, che ti prende e che non sai regolare. È vero che mi ha procurato dei guai, ma parlare di odio… sì, forse a livello razionale, però irrazionalmente credo che sarei pronto a ricaderci. Agli altri dico: “Guai, guai, stattene alla larga! State lontani da quelle macchine infernali! Vorrei che si sapesse che il gioco è una malattia grave, dalla quale è bene stare lontani, se ci si riesce. Cos’altro aggiungere? Razionalmente, il gioco è un disastro, sia da un punto di vista economico che dal punto di vista sociale, per cui chi ne è fuori, ne resti fuori, chi ne è dentro… se ce la fa, ne esca”. La speranza c’è, perché ho avuto la forza di fare la scelta di consegnare i soldi a mia moglie e di farmi dare solo quella piccola somma che mi serve. In un futuro, col passare del tempo spero di essere capace di amministrarmi senza giocare… o, se non proprio senza giocare, almeno nei limiti di quelle piccole cifre che non disturbano né il bilancio familiare né i miei rapporti familiari.

Appare evidente, da questa intervista ad Andrea, come egli non avesse ancora chiari i termini del suo problema. Dal suo punto di vista, il problema veniva inquadrato esclusivamente da un punto di vista economico: ad esso egli faceva risalire tutti i problemi di tipo familiare e sociale, prendendo solo marginalmente in considerazione l’aspetto comportamentale della situazione. La soluzione dei problemi, pensa Andrea, era già stata raggiunta nel momento in cui egli aveva consegnato il bancomat e le carte di credito alla moglie: “Per fortuna ha funzionato”, afferma dopo solo due settimane di astinenza. Sono evidenti, inoltre, le resistenze che egli pone, nel momento in cui si tratta di analizzare le sue emozioni e le sue sensazioni nei confronti del gioco: “Quando perdevo attribuivo la colpa a questo, a quello…” e poco dopo afferma: “Non davo la colpa, come invece molti fanno, agli impiegati o al croupier quando perdevo”. È inoltre molto evidente il tentativo di mostrarsi freddo verso il gioco (“non mi interessava l’emozione”; “ero contento di aver vinto, ma non ricordo di aver provato un’eccitazione particolare”), tranne poi contraddirsi, parlando di rabbia verso il gioco, e arrivando addirittura ad utilizzare verbi quali “amare” ed “odiare” per chiarire il suo rapporto con il gioco. Le aspettative, che egli pone verso una terapia, sono del tutto inadeguate alla realtà. Esse si concentrano nuovamente solo sulla soluzione dei problemi economici e sulla possibilità di tornare a giocare. La resistenza verso la terapia è del resto palese, quando Andrea afferma di aver risolto già da solo il problema (consegnando il bancomat alla moglie) e di non aver troppa fiducia negli altri.

Andrea, attualmente, è un giocatore in fase attiva. Ha rifiutato di intraprendere una terapia presso il centro, adducendo le scuse ora descritte. Dopo alcuni ulteriori giorni di astinenza dal gioco, si è fatto riconsegnare il denaro dalla moglie, anche se, vista la distanza dai casinò e la limitatezza delle risorse economiche, ha rivolto la sua attenzione ai giochi di carte e alle corse dei cavalli.

2017-11-10T01:33:57+02:00

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