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GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO, TESTIMONIANZA DI EMILIO

DOTT. CESARE GUERRESCHI://GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO, TESTIMONIANZA DI EMILIO

GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO, TESTIMONIANZA DI EMILIO

DOTT. CESARE GUERRESCHI

Prima edizione 2016
© Cesare Guerreschi
ISBN 978-88-909468-5-1

Tratto dal libro: TESTIMONIANZE

“Quando la costanza della ragione vince sul demone”

TESTIMONIANZE GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO

Testimonianza di Emilio:
Emilio, 33 anni, operaio, ha rilasciato questa intervista alla fine del suo programma terapeutico, durato 3 anni, per un problema di gioco d’azzardo patologico ed alcolismo. La sua storia, ci racconta, comincia in questo modo.

“Ho iniziato a giocare la schedina a 13 anni, assieme ad altri amici e compagni di scuola. Speravamo di riuscire a vincere qualcosa, in modo da poter arrotondare la paghetta che ci davano i nostri genitori. Volevo un po’ di soldi per comprarmi il motorino, le sigarette, per andare in discoteca e per altri capricci. I miei genitori sapevano che giocavo alla schedina, ma non mi hanno mai detto niente: in fin dei conti, giocare una schedina appariva una cosa tanto naturale. All’inizio spendevo poche migliaia di lire a settimana, poi, verso i 15 anni, abbiamo iniziato a giocare qualche sistema, e lì le spese aumentavano.

Fu sempre in quel periodo che con un dodici riuscii a vincere una cifra consistente per quell’epoca e, soprattutto, per un ragazzino della mia età: 500.000 lire. L’euforia fu altissima: potei offrire da bere agli amici, comprarmi qualcosa per il motorino e avere due lire in tasca. E, naturalmente, avevo i soldi per poter giocare qualche sistema un po’ più grande. Ancora verso i 15 anni, iniziai a giocare a biliardo, scommettendoci sopra: chi perdeva, pagava da bere. Ma ben presto, le scommesse aumentarono di portata: lasciammo stare il bere, ed in poco tempo arrivammo a giocare fino a 50.000 lire a partita, e questo rituale si ripeteva ogni due o tre giorni. La schedina mi dava molte emozioni: il montepremi era alto, ed era facile fare sogni su quelle cifre. L’emozione iniziava a salire sin da lunedì. Vivevo ogni giorno con la tensione, la speranza di avere già in tasca il sistema o la colonna giusta per la domenica. Erano emozioni di gioia, di allegria. Questi sogni li sentivo dentro, una sensazione di caldo interiore. Alla domenica, poi, succedeva puntualmente che non vincevo, e allora la gioia e l’euforia lasciavano il posto alle arrabbiature, al nervosismo, magari perché avrei voluto mettere un certo risultato, ma il mio amico non era stato d’accordo, e alla fine avevamo sbagliato a causa sua. Ma io avevo già vinto una volta, e questo mi portava a credere che avrei potuto farlo di nuovo. Del biliardo, invece, mi piaceva la componente di abilità implicita nel gioco. Ho iniziato perdendo, ovviamente, poi col tempo sono migliorato ed ho iniziato a vincere. Giocare a biliardo senza scommetterci su non è la stessa cosa che farlo per soldi. Vincere dei soldi, facendo qualcosa che ti piace, è fantastico. Se dovevo andare a giocare al pomeriggio, già dalla mattina sentivo questo strano caldo, che mi saliva dentro ed iniziavo a concentrarmi sulla partita. La prima reazione dopo la vincita fu di gioia. Poi, la voglia di far vedere agli altri che avevo vinto, dimostrare loro che ero stato più abile, superiore. Loro attribuivano la mia vittoria alla fortuna, ma si vedeva che erano invidiosi. D’altronde, io ero lì, con le banconote da 100.000 in mano. E da quel giorno, iniziai ad avere più amici; quando decidevo di fare un sistema, c’era sempre qualcuno pronto ad aggregarsi a me. Mi sentivo al centro dell’attenzione e mi piaceva. A biliardo, poi, era ancora meglio. Vedere i musi lunghi di chi era costretto a tirare fuori i soldi perché aveva perso con me, mi faceva sentire molto superiore. Oltre al fatto, naturalmente, che potevo avere in tasca quei soldi in più per farmi bello con le ragazze, per offrire un bicchiere a qualcuno. Sono andato avanti così per parecchi anni, fino a quando, all’età di 22 anni, ho iniziato a frequentare la sala corse. Ero un assiduo frequentatore dei bar della mia città, e gli “amici” che mi ero fatto, erano tutti assidui frequentatori della sala corse. Così ci andai, per curiosità, e forse fu sempre la curiosità che mi spinse a fare le prime puntate. “Vediamo se si può vincere”, mi dicevo. E così è iniziata la mia esperienza coi cavalli. Iniziai a giocare La Tris settimanalmente, poi a sviluppare sistemi, a frequentare un po’ di più quel luogo. I primi due anni, non ho praticamente mai vinto. Andavo lì più che altro per la compagnia. Tra l’altro, a me le corse dei cavalli non sono mai piaciute. Però con un bicchiere in più in corpo, sembrava tutto più bello e mi sentivo maggiormente libero di puntare somme più importanti. L’alcool mi serviva, perché altrimenti non sarei mai entrato nella sala corse. È un posto che non mi piace, in cui la gente fatica a salutarti, perché è troppo impegnata a seguire l’esito delle scommesse. D’altro canto, quelli erano i miei amici e non volevo rimanere fuori ad aspettare. Col gioco deve esserci l’alcool, soprattutto in sala corse. Credo di non esserci mai andato da sobrio, me ne sarei vergognato. Da sobrio, capivo che stavo facendo qualcosa che non rientrava nel mio modo di essere. E allora bevevo e, nel contempo, le puntate aumentavano. All’inizio, bere e giocare erano solo due passatempi, un modo come un altro per riempire le tante ore lasciate libere dal lavoro. Poi è diventata un’abitudine quotidiana e si sono aggiunti nuovi giochi, i dadi e le freccette. I dadi erano diventati un gioco quotidiano, si poteva giocare in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento della giornata e soprattutto al bar. Sempre al bar, poi, si trovavano le freccette. Ci incontravamo terminato il nostro turno di lavoro: all’inizio si scommettevano le birre, poi la pizza e in breve si è passati ai soldi. Ricordo che un giorno riuscii prima a vincere 400.000 lire a freccette, poi, convinto di poter raddoppiare la somma vinta, le persi tutte ed infine mi ritrovai sotto di altrettanto. Tutto questo in neanche un’ora! Quando perdevo, all’inizio me la prendevo con me stesso, per aver buttato via tanti soldi in quel modo. Ma, poco dopo, iniziavo a dirmi che mi sarei rifatto il giorno dopo, quando non la sera stessa. E più passava tempo dall’ultima perdita, più saliva il desiderio di rifarmi. E così ho iniziato a perdere continuamente. Alla fine del mese le uscite superavano sempre le entrate. In conseguenza di questo, sono stato costretto a chiedere un prestito al titolare di una ricevitoria: anziché giocare con i miei soldi, per cinque o sei mesi ho continuato a giocare a credito. Non avevo più soldi, né il coraggio di farmi vedere da questa persona, che tra l’altro mi cercava telefonicamente. Mi sentivo male, perché mi vergognavo di quello che stavo facendo, perché non avevo il coraggio di dirgli che ero ancora senza soldi, perché non avevo il coraggio di scusarmi. Finché non vinsi la Tris. Avevamo giocato in tre, e la vincita riuscì a malapena a coprire i miei debiti. Io continuavo a pensare di potermi controllare nel gioco, che fosse solo un periodo di sfortuna destinato a passare… Le bugie erano ormai un’abitudine quotidiana. Ad un certo punto, si è costretti a dire bugie, se si gioca come giocavo io. Bisogna giustificare le lunghe assenze da casa, i soldi che non ci sono mai e via discorrendo. È un’intera vita, passata a nascondersi e a nascondere. Poco più di tre anni fa, la svolta. Fui vittima di un incidente stradale abbastanza grave, nel quale ho rischiato la vita. Io ero in totale stato di ebbrezza: in quel giorno c’era stato di tutto, e tanto di tutto, alcool e gioco. Ma quella che inizialmente poteva sembrare una sfortuna, si rivelò nel tempo un episodio a mio favore. Avevo avuto modo di vedere in faccia la realtà per la prima volta e la paura di morire mi ha fatto pensare all’ipotesi di cambiare qualcosa nella mia vita, di farmi aiutare da qualcuno. In ospedale mi fu diagnosticata una sindrome da dipendenza alcolica e, grazie anche all’aiuto di mia madre, decisi di sottopormi ad un trattamento presso un centro di recupero. Ma il gioco continuava lo stesso. Per un certo periodo, dopo aver smesso di bere, avevo anche smesso di giocare, probabilmente perché le due attività erano strettamente collegate tra di loro. Dopo pochi mesi, però, ricominciai a giocare pur non bevendo. Lo facevo, perché mi ricordava le emozioni del passato: avevo nuovamente voglia di riviverle, di vincere soldi per fare quello che volevo, però non era la stessa cosa. Così anziché smettere di giocare, ripresi a bere. Che il gioco fosse un problema, l’ho accettato solo nell’ultimo anno della mia attività di giocatore. Ero arrivato al punto da mettere le vincite al primo posto della mia vita e, se anche ero in un periodo di astinenza da alcool, giocavo comunque. Il problema è esploso quando ho iniziato a sentirmi disperato, quando il conto corrente, per la prima volta, era andato in rosso. Se vincevo, anziché coprire il passivo, rigiocavo tutto, perdevo ed il debito aumentava. Ero rimasto anche per lunghi periodi senza alcool. Era quindi diventato evidente che i soldi li buttavo via tutti nel gioco. E i miei genitori furono i primi ad accorgersi di questo fatto e furono i primi a volere che mi sottoponessi ad un trattamento.

Di fronte al Dottor Guerreschi negai tutto: gli dissi che non era vero, che sapevo controllarmi e che, comunque, non erano fatti suoi. Per fortuna non si arrese e con molta pazienza, riuscì a spronarmi a smettere, a farmi capire la realtà, così come essa effettivamente era. Otto mesi fa ho avuto una ricaduta. Oggi dico che forse è stata una fortuna. Da quella ricaduta, io ho capito che non potrò mai riacquistare il controllo sul gioco, e ho capito che è veramente una malattia. Oggi mi sento bene e molto cambiato, grazie all’appoggio dei miei genitori, del gruppo, dei miei nuovi amici. Mi sono prefisso degli obbiettivi ed alcuni di questi li sto già raggiungendo. Qualcosa il gioco me l’ha dato: qualche amicizia, a volte divertimento, la possibilità di conoscere posti e persone nuovi. Ma tutto ad un livello estremamente superficiale, nient’altro. Certo, mi ha tolto tanti soldi, che ora mi farebbero comodo. Ma non sono i soldi la cosa più importante che il gioco mi aveva tolto. Il gioco mi aveva tolto la possibilità di avere un mio ruolo all’interno della mia famiglia, di apprezzarla. Ho scoperto di avere una sorella solo adesso, pur avendo vissuto con lei per ventisette anni. Il gioco mi ha tolto tanto. So che non potrò mai recuperare quello che ho perso, ma vorrei comunque potermi riappropriare dei ruoli che mi competono per il futuro.

Emilio è ormai in astinenza da due anni, e ricopre la carica di presidente di un gruppo di Giocatori Anonimi. Ha rimesso ordine nella sua vita, ripagato i debiti e il suo percorso procede senza intoppi.

2017-11-10T01:34:12+01:00

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