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GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO, TESTIMONIANZA DI FRANCESCA

DOTT. CESARE GUERRESCHI://GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO, TESTIMONIANZA DI FRANCESCA

GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO, TESTIMONIANZA DI FRANCESCA

DOTT. CESARE GUERRESCHI

Prima edizione 2016
© Cesare Guerreschi
ISBN 978-88-909468-5-1

Tratto dal libro: TESTIMONIANZE

“Quando la costanza della ragione vince sul demone”

TESTIMONIANZE GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO

Testimonianza di Francesca:
Francesca, 34 anni, ha rilasciato questa intervista alla fine del suo programma terapeutico, durato un anno e mezzo, per un problema di gioco d’azzardo patologico. L’inizio lei lo descrive così:

“E’ difficile per me individuare con esattezza il momento in cui mi sono avvicinata al gioco d’azzardo. Senz’altro, il gioco d’azzardo, seppure in forma non patologica, è sempre stato presente nella mia vita. Quando ero piccola, mia mamma gestiva una pizzeria assieme a suo fratello e il sabato, per non lasciarmi sola, mio papà mi portava con sé a casa dei suoi amici, dove trascorrevano lunghe ore a giocare a poker. Era un’atmosfera affascinante: non giocavano grosse somme, era un hobby del fine-settimana, nulla di più, però era intrigante vedere questi uomini che aprivano la gara con un rituale ben preciso, ognuno con le sue piccole scaramanzie, il silenzio quasi religioso, che accompagnava questi momenti e il gergo fatto di parole quali passo, chip, buio, ecc. con il quale comunicavano tra loro.

Erano molto signorili nelle loro partite, era difficile vedere qualcuno che si lasciasse andare a qualcosa di più volgare, che non fosse il buttare le carte sul tavolo, deluso, quando il gioco a cui miravano non aveva avuto seguito. E poi, quando papà vinceva, una parte dei soldi finiva a me, il che non mi pareva assolutamente deprecabile. Io iniziai a giocare a carte verso i 18 anni, ma non mi dava la stessa sensazione che mi aveva dato vedere giocare mio padre: l’ambiente era diverso ed i miei compagni di gioco non possedevano la stessa signorilità di quelli di mio padre. Ed infatti, dopo alcuni anni, le mie giocate si diradarono fino a cessare del tutto. Nel frattempo, avevo incontrato il mio futuro marito, con il quale mi sposai all’età di venticinque anni. Eravamo un bella coppia, economicamente stabile. Grazie all’aiuto dei miei, io ero riuscita ad acquistare un negozio di abbigliamento che funzionava molto bene, mentre lui, ingegnere, aveva un lavoro che lo gratificava molto da tutti i punti di vista, sebbene lo costringesse a lunghe assenze da casa. Non mancava nulla. Figli per il momento non ne volevamo, ed eravamo visti da tutti come una coppia fortunata.

Il mio primo approccio con il casinò avvenne cinque anni dopo: avevamo deciso di seguire alcuni nostri amici che vi avevano programmato una gita. Per me, fu l’inizio di un’esperienza drammatica, ai limiti della sopportabilità umana. Mio marito quella sera, si dedicò alla roulette ma, razionale com’è sempre stato, credo che non avesse puntato più di cento mila lire. A me, invece, quel gioco non piaceva. Non mi piaceva la calca di gente attorno a quel tavolo, né l’esultanza eccessiva di chi aveva vinto. Provai con le slot machine. Mi incollai davanti ad una macchinetta, e non mi mossi più, fino a quando non venne mio marito a dirmi che tornavamo a casa. Non me n’ero accorta, ma ero rimasta a quella maledetta macchina per oltre quattro ore, ed avevo speso tutto il budget previsto per quella serata. Ero rimasta folgorata. Ricordo che, sulla strada del ritorno, mio marito mi prese bonariamente in giro dicendo che se non mi staccava da lì, ero capace di giocarmi anche il negozio. Purtroppo in quell’occasione, mio marito fu un buon profeta. Nei giorni seguenti, ripresi la monotonia del lavoro, con mio marito di nuovo in trasferta per tre settimane, il mio pensiero tornava spesso alle slot machine. No, non m’interessava assolutamente vincere: a me piaceva ricordare quel tempo trascorso davanti alla macchina, per il modo in cui ero riuscita a distrarmi dal solito tran tran quotidiano, per il modo in cui ero riuscita a dimenticarmi di tutte le preoccupazioni. E decisi di tornarci, da sola. Due sabati dopo la mia apparizione in un casinò, vi tornai da sola. Mi dicevo che, in fondo, era solo un modo per trascorrere la serata, in cui altrimenti non avrei avuto niente da fare. Però non lo dissi a mio marito. Quella sera, in otto ore davanti alla macchinetta, senza alzarmi nemmeno per andare in bagno, persi oltre un milione. Tornando a casa mi dissi che forse era un passatempo un po’ troppo costoso, ma in fondo, di soldi ne avevo più che a sufficienza, e non mi procurai eccessivi sensi di colpa. Purtroppo, da quel momento in poi, le mie uscite in solitaria al casinò divennero via via più frequenti. All’inizio con scadenza settimanale, poi ogni due o tre giorni. E perdevo sempre e sempre di più. Dopo sei mesi, iniziai ad avvertire i primi problemi di tipo economico. Il negozio rendeva ancora bene, ma le uscite erano eccessive. Iniziai ad incolpare di questo fatto il mio ignaro marito, sostenevo tra me e me che se lui avesse trascorso più tempo in casa, io non sarei stata costretta ad andare a giocare, però quando lui non era costretto ad assentarsi per lavoro, mi dava fastidio che io non potessi andare al casinò. Mio marito scoprì tutto in un colpo. Avevo imparato a non portare con me il bancomat o la carta di credito, quando andavo a giocare. Lo avevo fatto alcune volte, ed avevo veramente perso troppo. Così una sera uscii per andare al casinò. Non avevo abbastanza benzina per fare andata e ritorno, e mi ero ripromessa di fare rifornimento all’andata. Ma la voglia di raggiungere la mia meta era troppa e decisi quindi di fermarmi al ritorno. Come succedeva ormai da parecchio, anche quella sera persi tutto quello che avevo con me. Tentai lo stesso di raggiungere casa, ma ad un certo punto la macchina si rifiutò di continuare. Ero sola, senza soldi, in mezzo ad una strada di montagna (non avevo potuto prendere l’autostrada perché non avrei avuto modo di pagarla), così non mi rimase altra alternativa che chiamare una mia amica col cellulare, alle quattro del mattino, chiedendole di venirmi a prendere. Dovetti per forza di cose, spiegarle come erano andate le cose. Due giorni dopo, mio marito era al corrente dell’accaduto e vi fu una violenta litigata. Volle vedere tutti i conti del negozio. Io, dapprima rifiutai poi, di fronte alla sua fermezza, acconsentii. Lui fu preso da un sussulto. Mancavano all’appello 67 milioni! Dopo la sua sfuriata, gli chiesi di aiutarmi, di starmi accanto e promisi che non avrei mai più giocato. Fui convincente ed effettivamente, per un periodo di due mesi, non misi più piede al casinò. Un’altra lunga assenza da mio marito, però, fu la scusante che riuscii a trovare con me stessa per tornare a giocare e da quel momento riprese tutto come e peggio di prima. Il negozio non funzionava più come prima: io la mattina marcavo sempre visita, non m’interessavo più dei rapporti con i fornitori ed iniziai a lasciare insolute alcune fatture. Tre mesi dopo, in seguito alla telefonata di un creditore, mio marito venne a conoscenza della mia reale situazione. Questa volta, gli dissi che i soldi erano miei, che ne facevo quel che volevo e che comunque, se giocavo, era solo colpa sua. Il nostro rapporto s’incrinò notevolmente. Io giocavo, perdevo e lui era spesso assente. Passarono altri sei mesi e lui decise di separarsi. Nel frattempo, io avevo impegnato il negozio. Ormai, non perdevo meno di un milione e mezzo a sera, ma a volte andavo anche oltre. Ad un certo punto, fui costretta a vendere il negozio, per fare fronte ai debiti. Mi ritrovai sola, disperata ed iniziai a pensare seriamente al suicidio.

Il 2 dicembre del 1996, dopo aver collegato un tubo alla marmitta della mia automobile ed averne inserito un’estremità nell’abitacolo, mi sedetti al posto di guida, decisa a farla finita per sempre. È solo per un colpo di fortuna se oggi sono ancora viva. Una mia amica aveva deciso di farmi un’improvvisata e fu attratta dal rumore del motore che veniva dal garage. Fu lei a chiamare i vigili del fuoco ed ambulanza, che mi salvarono la vita. Mentre ero ancora ricoverata nel reparto di psichiatria dell’ospedale, mio marito, tramite un suo collega di lavoro, era venuto a conoscenza di un centro di recupero per giocatori patologici a Bolzano. Mi propose di andarci assieme, di aiutarmi. Io accettai, più per inerzia che per convinzione. Fu un ritorno alla vita. Il fatto di essere considerata una donna ammalata, e non viziosa, di non essere giudicata, di poter buttare fuori tutto quello che avevo dentro, di essere sottoposta ad un controllo economico, di aver conosciuto altre persone come me, ebbene, tutto questo mi fece capire che avrei potuto farcela. Non è stato facile per niente. Ci sono stati dei momenti in cui la voglia di giocare era tremenda, assillante e solo la vicinanza di queste persone mi ha impedito di ricadere. Ho seguito scrupolosamente tutto il programma terapeutico accompagnata da mio marito. Oggi, so che non potrò recuperare quanto ho perso, il negozio se ne è andato per sempre, ed io mi sono adattata a fare la commessa. Però, so anche che ho un futuro davanti a me, che non c’è più il buio tremendo della disperazione, che è sparita l’ombra del cupo suicidio. Il gioco mi ha riempito tanti momenti vuoti della mia vita, mi ha tolto le responsabilità, che non volevo prendermi, mi ha dato stati di eccitazione, che altre persone forse non riusciranno mai a provare in vita loro. Ma nulla di più.

Il gioco mi ha tolto cinque anni di vita, mi ha tolto mio marito. Sì, mi ha tolto anche un mucchio di soldi, ma quei soldi, oggi rispetto al resto, sembrano niente. Il gioco mi stava togliendo anche la vita, è solo un caso se non c’è riuscito. Io oggi odio il gioco, lo detesto profondamente. E mi arrabbio moltissimo, quando penso che nessuno fa niente per le persone come me, se si esclude il centro di Bolzano. Ci hanno dato in mano un giocattolo pericoloso, dicendoci che era innocuo, senza avvertirci, che poteva esplodere. E quando questo esplode, si voltano tutti dall’altra parte. Ma bisogna dirlo, che può essere pericoloso, che bisogna stare attenti. Quanti suicidi e quante tragedie bisogna ancora aspettare, prima che la gente capisca queste cose?

La storia di Francesca, è una storia tipicamente femminile. Francesca, dopo essere entrata in trattamento non ha mai più giocato. Oggi, vive la sua vita con maggior libertà e con una forza straordinaria. Due mesi dopo aver rilasciato questa intervista, Francesca e suo marito hanno deciso di tornare a vivere insieme.

2017-11-10T01:30:52+01:00

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